Author Archives: Dott. Zampilli

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Ci sarà sempre qualcuno che fa il prezzo più basso…anche in fisioterapia!!!!!

Anche nel mondo della fisioterapia e della riabilitazione in generale, la liberalizzazione ( legale o meno) del mercato ha portato ad un aumento vertiginoso della concorrenza. Sicuramente anche tu penserai che questo sia un fattore positivo ed in effetti lo è…ma solo nel caso in cui questa sia leale e soprattutto LEGALE!!!!! Si hai letto bene, LEGALE, non ho sbagliato a scrivere: da uno studio effettuato dall’AIFI (Associazione Italiana Fisioterapisti) nel 2010 si evince una situazione a dir poco allarmante, poichè i fisioterapisti ABUSIVI sono oltre 100 MILA, il doppio di quelli VERI (circa 50 mila)!!!!

La conseguenza di tutto ciò è stata una corsa al ribasso dei prezzi delle prestazioni erogate quasi come fossimo al “mercato del pesce”, con una fisiologica riduzione della qualità dei servizi nella maggior parte dei casi!!!!

Mi ritrovo quindi giornalmente a dover giustificare ai miei pazienti il costo della terapia a volte superiore rispetto ad altri colleghi o PRESUNTI TALI!!!! Il mio desiderio più grande sarebbe che un giorno qualcuno dei miei pazienti mi chiedesse:”Francesco ma cosa determina il costo di una terapia?”

Purtroppo questo non succede mai e come detto sono io a dovermi “quasi” giustificare!!!!

Ma veniamo al dunque; ti svelerò cosa determina il costo di una seduta di fisioterapia?

  1. se il fisioterapista a cui ti sei rivolto lo è veramente, ossia è un PROFESSIONISTA LAUREATO ( così come il medico, l’ingegnere, l’avvocato, ecc.), vuol dire che ha affrontato un percorso di studi che è costato non meno di 20000 €;
  2. Essendo un professionista sanitario, il fisioterapista deve aggiornarsi continuamente, per motivi etici, per motivi legali perchè la legge prevede l’obbligo degli ECM (Aggiornamento Continuo in Medicina), ma anche e soprattutto per offrire a te egli altri pazienti  un servizio sempre migliore. Naturalmente i corsi di aggiornamento costano da poche centinaia di euro fino a diverse migliaia di euro, e a questo bisogna aggiungere le spese di viaggio e soggiorno nelle località in cui si svolgono i corsi (spesso molto lontano dai luoghi di lavoro);
  3. Il fisioterapista, oltre alle proprie mani, usa anche dei macchinari e degli strumenti che a loro volta hanno un costo che varia da poche centinaia di euro fin’anche a 30-40000 €. Oltretutto questa strumentazione necessita di una continua manutenzione e di una revisione annuale e naturalmente il tutto non è gratuito;
  4. Bisogna considerare i costi per il materiale di consumo (carta per lettini, gel, oli per massaggi,ecc.), oltre che hai costi per affitto e utenze varie, nonchè le TASSE ed i contributi;
  5. Un’altra voce di spesa, che reputo IMPORTANTISSIMA, e che solo i VERI FISIOTERAPISTI possono avere, è l’ASSICURAZIONE PROFESSIONALE sui possibili danni che potremmo creare ai pazienti.

Detto ciò fare un calcolo preciso su quanto queste voci incidano sul costo di una singola seduta è un po’ complesso e non pretendo che tu lo faccia…ma io e i miei colleghi lo abbiamo dovuto fare e credimi a conti fatti in tasca ci rimane molto meno di quello che tu pensi!!!!

Quindi d’ora in avanti quando verrai da me o da un mio collega prima di chiedermi lo sconto, fatti spiegare bene in cosa consiste il percorso riabilitativo che andremo a fare INSIEME, quanto durerà questo percorso, il TEMPO che ti dedicherò ogni seduta!!!! Sono sicuro  che dopo avere ascoltato tutto ciò capirai che hai davanti un VERO PROFESSIONISTA, e magari ti peserà meno spendere qualche soldo in più piuttosto che affidarti a persone poco qualificate e cialtrone che ti avevano attirato con il trucco dello SCONTO!!!

Ti aspetto presso lo STUDIO DI FISIOTERAPIA FISIOKINETIC,  via Magna Grecia snc, Terranoca da Sibari (Cs) 87017 oppure puoi contattarmi al 3209405683 o tramite fb

 

 


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ANCHE LE PAROLE CURANO

La comunicazione medico paziente ( e più in generale professionista sanitario- paziente) è uno strumento terapeutico efficace quanto se non di più di una medicina.

Alla maggior parte delle persone che hanno appena letto quanto detto sopra suonerà strano, eppure già Ippocrate, padre della medicina moderna, nel V secolo a.C. affermava che il dialogo tra medico e paziente era essenziale per fare una giusta diagnosi e assicurare il bene del paziente. Ad avvalorare tutto ciò ci sono moltissimi studi scientifici, tra i quali quello fatto fatto dalla SIMI (Società Italiana di Medicina Interna), i cui risultati sono a dir poco sbalorditivi: l’empatia che si crea tra medico e paziente riduce di 1/4 i ricoveri e aumenta del 40% l’efficacia delle cure somministrate.

Un altro studio scientifico come quello dell’ortopedico texano Bruce Moseley, pubblicato sulla rivista The New England Journal of Medicine (2), dimostra che è più importante il SIGNIFICATO di un gesto o di una parola piuttosto che il gesto o la parola stessa. In parole semplici l’effetto di una terapia è il risultato del significato simbolico che un paziente attribuisce ad un evento o ad un oggetto in un ambiente di cura. Il contesto che determina il significato è influenzato dai seguenti elementi:

  • convinzioni personali e aspettative;
  • esperienze di precedenti terapie;
  • da ciò che il paziente vede (vista del professionista sanitario, ospedale, ecc.), sente ( parole del professionista sanitario, parere di altri pazienti, ecc.) e percepisce ( contatto con aghi, strumenti medicali, ecc).

L’unico elemento del contesto che è SEMPRE sotto la diretta responsabilità del professionista sanitario è la COMUNICAZIONE.

 

Tutto ciò ci fa capire che per un professionista sanitario avere competenze nell’ambito della comunicazione è importantissimo ai fini del percorso di assistenza/guarigione del paziente.

Presso  il mio STUDIO FISIOKINETIC è possibile avere questo tipo di assistenza grazie alla certificazione internazionale di  NLP Practitioner for Health(PROGRAMMAZIONE NEURO LINGUISTICA in ambito sanitario) con la NPL Society di R. Bandler, che ho acquisito nell’ottobre 2016( in Italia siamo soltanto 50 professionisti ad avere questo riconoscimento!!!!) alla quale nel prossimo novembre aggiungerò quella di MASTER PRATICTIONER.

Per redigere questo articolo ho preso spunto dai consigli e dal libro, “Cure and Care Coaching”, del mio Coach e Trainer in PNL GIULIANO MARI.

Per ulteriori informazioni chiamare il 3209405683 oppure scrivetemi un’email zampyfrancy@gmail.com o contattatemi sulla mia pagina fb Fisiokinetic Studio DI Fisioterapia

 

 

 


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TECARTERAPIA: COME FUNZIONA E COSA CURA

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La TECARTERAPIA è un tipo di terapia fisica molto in voga negli ultimi anni in ambito riabilitativo ma i primi macchinari atti ad effettuare questo tipo di terapia risalgono a più di 20 anni fa.

Il nome TECAR non è altro che una sigla che sta a significare trasferimento energetico capacitivo e resistivo ossia come la macchina trasferisce energia ai tessuti trattati.

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Il principio fisico su cui si basa la TECAR  è quello del CONDENSATORE che sfrutta il passaggio di corrente alternata tra 2 armature (elettrodo e piastra di ritorno) attraverso un conduttore di 2° tipo che in questo caso è rappresentato dal corpo umano (i conduttori di 2° tipo sono quelli in cui il trasporto di corrente avviene  per spostamento fisico di ioni attraverso un liquido).

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QUALI SONO GLI EFFETTI BIOLOGICI?

Applicando la TECAR o DIATERMIA  ai tessuti si creano effetti benefici su tutte le componenti alterate del tessuto (MICROCIRCOLAZIONE ARTERIOSA-VENOSA-LINFATICA, MATRICE, MEMBRANA CELLULARE); tutto ciò crea al paziente una sensazione di incremento termico endogeno (calore interno profondo) della zona trattata. Questo è un fattore molto importante da tenere in considerazione poiché  il calore endogeno non ha particolari controindicazioni se non quelle assolute  ( tumori, presenza di pacemaker o altri dispositivi elettrici impiantati, gravidanza) a differenza di altre terapie fisiche  che invece sviluppano calore esogeno (esterno, superficiale) che hanno diverse controindicazioni, inoltre il calore endogeno non genera mai effetti collaterali.

Quindi per semplificare ancor di più il concetto, con la TECAR non si applicano correnti esterne stimolanti ( elettrostimolazione), ma si mettono in condizione le correnti interne del corpo di riprendere le loro fisiologiche capacità (MOTI BROWNIANI).

L’attività biologica della tecar si estrinseca tramite:

  • EFFETTO ENERGETICO
  • EFFETTO TERMICO

Tutto ciò porta a:

 

  • aumento dell’afflusso arterioso
  • aumento del deflusso venoso linfatico
  • miglioramento dell’equilibrio di membrana
  • aumento del metabolismo cellulare
  • potenziamento e sinergia con principi attivi (Farmaci)

Pertanto la tecarterapia è utile nelle seguenti patologie:

  • processi infiammatori acuti e cronici e/o degenerativi (artrosi di anca, ginocchio, spalla, schiena, epicondilite, borsiti, tendiniti, ecc)
  • problemi di origine reumatica (artriti)
  • nevralgie (sciatalgia, cruralgia, ernie del disco, ecc)
  • problemi muscolari (contratture, stiramenti strappi, ecc)
  • ematomi

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Lo STUDIO FISIOKINETIC del Dott. FRANCESCO ZAMPILLI utilizza la TECAR da oltre 10 anni, specializzandosi nell’uso  attraverso la partecipanzione a diversi corsi di aggiornamento specifici per l’utilizzo di questo macchinario. Per ulteriori info non esitate a contattarmi


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SCIATALGIA: COS’è E COME SI CURA

La sciatalgia o più comunemente sciatica, fa parte della “famiglia” delle nevralgie ossia le sindromi dolorose a carico di uno o più nervi.

A differenza di quanto si possa pensare  non è una malattia vera e propria, ma un insieme di sintomi che può originare da problemi di varia natura.

Il nervo sciatico(FIG.1) è il nervo più grande e più lungo del corpo umano, origina dalle radici nervose delle ultime 2 vertebre lombari e dalle prime 3 sacrali e decorre in basso andando ad innervare la parte posteriore e laterale di coscia gamba e piede.

FIG.1    Risultati immagini per nervo sciatico            Risultati immagini per nervo sciatico

La sciatalgia pertanto è caratterizzata da un insieme di sintomi tra i quali il più importante è il dolore che si irradia lungo il tragitto del nervo oppure limitarsi a alcune zone (come ad es. la natica o la parte posteriore della coscia) e può essere acuto e intermittente o sordo e continuo.

Altri sintomi che possono essere più o meno presenti sono le parestesie, ossia alterazione della sensibilità, formicolio e deficit motori dovuti alla perdita della forza muscolare. Nei casi più gravi possono presentarsi episodi di incontinenza urinaria e fecale.

Ma da cosa è causata la sciatalgia?

Le cause possono essere molteplici ma le più comuni sono:

-compressione della radice nervosa dovuta ad ernie(FIG.2), protrusioni, stenosi del canale vertebrale;

-spondilolistesi(FIG.3);

– compressione periferica del nervo come nel caso della sindrome del muscolo piriforme(FIG.4);

– fratture vertebrali;

– gravidanza;

– tumori.

FIG.2Risultati immagini per ernia del disco

FIG.3 Risultati immagini per SPONDILOLISTESI               FIG.4Risultati immagini per sindrome del piriforme

La diagnosi viene fatta mediante un’accurata visita medica a seguito della quale lo specialista può richiedere degli esami più approfonditi, come Tac, Risonanza magnetica ed elettromiografia, per avere una diagnosi ancora più accurata.

In basa alla causa che ha causato la sciatalgia cambia l’approccio terapeutico che comunque può prevedere riposo per alcuni giorni e una cura farmacologica che prevede la somministrazione di antidolorifici nei casi in cui il problema sia di lieve entità, se il problema persiste oppure la sua entità è più grave si associa alla terapia farmacologica un programma riabilitativo che può prevedere l’utilizzo di mezzi fisici (Laser, tecar, ultrasuoni, tens, ionoforesi, ecc,) e/o della terapia manuale (massaggi, manipolazioni, ecc.), a seguito del quale si procede seguendo un percorso di rieducazione posturale e di esercizi di core stability (esercizi di rinforzo dei muscoli della schiena), nei casi in cui non si abbiano dei risultati soddisfacenti e duraturi lo specialista può consigliare l’intervento chirurgico


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RIABILITAZIONE POST-INTERVENTO DI RICOSTRUZIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE

La rottura del legamento crociato anteriore (LCA) è un evento patologico molto frequente con un’incidenza di circa 35 casi ogni 100000 individui: solo negli Usa colpisce 120000 atleti ogni anno.

È facile dedurre che è un tipo di incidente che è più frequente negli sportivi e molti studi hanno dimostrato che c’è un’incidenza maggiore nel sesso femminile.

  • Che cosa intendiamo per rottura del LCA?

La rottura del LCA è una lesione (totale o parziale) di uno fra i legamenti più importanti del ginocchio che determina una instabilità più o meno marcata, a seconda della gravità, dell’articolazione stessa e spesso è associata ad altre lesioni quali rotture dei menischi, lesioni dei legamenti collaterali, lesioni caretilaginee, ecc.

  • Perché la rottura del LCA crea instabilità del ginocchio?

Partiamo da un presupposto, ossia la funzione del LCA: in base alla sua origine e inserzione  possiamo affermare che questo legamento limita la traslazione anteriore e laterale della tibia rispetto al femore, tendendosi agli estremi dei movimenti di flessioni ed estensione del ginocchio. Quindi in caso di rottura del legamento la tibia non ha più il suo “freno” ed è libera di scivolare in avanti e indietro in modo eccessivo creando nella persona una sensazione di in stabilità accentuata con l’aumentare della velocità del movimento (corsa). Questo movimento innaturale crea inoltre un eccessiva sofferenza dei menischi e delle cartilagini poiché queste due strutture non sopportano forze tangenti alla superficie articolare, che vengono create proprio con lo scivolamento anteriore della tibia. Per questo motivo il trattamento elettivo di questo tipo di infortunio è quello chirurgico anche se uno studio recente indica che in molti casi si ottengono gli stessi risultati dell’intervento con la sola riabilitazione.

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  • In cosa consiste l’intervento?

Ci sono una grande varietà di tecniche chirurgiche:

1) autotrapianto del neo-legamento con prelievo di una porzione di tendine rotuleo o  i tendini dei muscoli gracile e semitendinoso;

2) legamento di “banca”, ossia prelevato da cadavere;

3) legamento sintetico;

per ognuno di questi interventi esistono varianti degli accessi chirurgici e nei mezzi di fissazione del neo-ligamento con viti, cambre e chiodi in svariati disegni e disponibili in versioni metalliche e in polimeri riassorbibili.

Tutte queste tecniche hanno un comune denominatore: la sostituzione del legamento lesionato con un neo-legamento deve riprodurre il più fedelmente possibile la sua funzione e anatomia.

 

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  • Quali sono i tempi di recupero?

In caso di ricostruzione di LCA i tempi di recupero per una completa ripresa delle attività sportive e/o lavorative sono stimati in circa 6 mesi.

  • In cosa consiste la riabilitazione?

 

Il recupero da questo tipo di interventi non può prescindere da un programma specifico di riabilitazione che viene effettuata da un fisioterapista.

Il programma riabilitativo viene suddiviso in 5 fasi:

  1. Riduzione infiammazione, ricerca articolarità, carico assistito
  2. Completo recupero del passo e della escursione articolare
  3. Recupero coordinazione ed uso del ginocchio nelle comuni attività quotidiane
  4. Ripresa dello sport
  5. Controllo del risultato ad un anno dall’intervento

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Il recupero completo dal questo tipo di intervento non può prescindere dall’effettuare un percorso riabilitativo simile a quello sopra descritto poiché si rischierebbe di inficiare il lavoro fatto dal chirurgo e aumenterebbe di molto il rischio di una recidiva o peggio ancora di avere un infortunio più serio con il coinvolgimento delle altre strutture anatomiche del ginocchio (legamenti collaterali, menischi, cartilagine).

Inoltre sarebbe consigliabile effettuare un programma di rinforzo muscolare specifico pre-operatorio nel caso in cui l’intervengo non avvenga in tempi rapidi, questo per favorire e possibilmente velocizzare il recupero post-operatorio.

Se sei interessato all’argomento e vuoi saperne di più lascia un commento con la tua email e ti invierò al più presto il protocollo specifico che seguiamo presso il nostro studio

 


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QUALI SCARPE DA CORSA COMPRO?

Il mercato attuale propone una varietà incredibile di calzature da runner, e negli ultimi anni è stato arricchito ulteriormente dalla commercializzazione di scarpe “specifiche” a seconda del tipo di appoggio che l’atleta ha (PRONATORE, SUPINATORE, NEUTRO).

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Siamo davvero sicuri che questo tipo di calzature producano un effettivo miglioramento dell’appoggio e quindi della prestazione diminuendo il dolore e riducendo la percentuale degli infortuni?

In uno studio risalente al 2011 e intitolato ”The effect of three different levels of footwear stability on pain outcomes in women runners: a randomised control trial” ossia “l’effetto di 3 tipi diversi di scarpe da corsa sulla prevenzione degli infortuni in podiste semiprofessioniste che si allenano per la maratona, sono state selezionate 105 atlete donne che hanno dimostrato di poter correre almeno 60 minuti, alle quali successivamente è stato analizzato il piede attraverso il Foot Posture Index (FPI) e in base ai risultati sono state suddivise in 3 gruppi: PRONATRICI, SUPINATRICI E NEUTRE. Il passo successivo è stato quello di assegnare loro in modo casuale, al contrario di quello che invece solitamente si consiglia (scarpe neutre per chi ha un appoggio neutro, scarpe stabilizzanti per chi prona e scarpe con controllo motorio per chi supina), un paio di scarpe da corsa tra i 3 seguenti modelli di scarpe:

  • scarpe da corsa neutre (Nike Pegasus) NIKE PEGASUS
  • scarpe da corsa stabilizzanti (Nike Structure Triax) nile structur
  • scarpe da corsa con controllo motorio (Nike Nucleus) nike-nucleus-mc-968x492

Le atlete sono state sottoposte ad allenamenti, in preparazione per una mezza maratona, per 13 settimane durante le quali le atlete dovevano compilare un questionario in cui si analizzava:

  • Le giornate di allenamento perse a causa del dolore;
  • Il dolore a riposo;
  • Il dolore durante le attività di vita quotidiana;
  • Il dolore dopo l’allenamento.

I risultati dello studio hanno dimostrato come le atlete che portavano le scarpe da corsa con controllo motorio abbiano tutte provato maggior dolore rispetto alle altre atlete con gli altri 2 modelli di scarpe da corsa. Chi indossava le scarpe neutre ha provato più dolore di coloro che portava le scarpe stabilizzanti. Per quanto riguarda il dolore subito dopo l’allenamento, chi indossava le scarpe da corsa stabilizzanti ha avuto più dolore delle atlete con le scarpe con controllo motorio.

Da ciò si è dedotto che l’attuale catalogazione delle scarpe da corsa è sbagliato e che accoppiare un tipo di scarpe da corsa ad un determinato tipo di piede non riduce o previene né il dolore né gli infortuni.

Lo studio può essere letto in lingua originale al segue link: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20584759

 

 


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Come curare il mal di schiena, video consigli

Per curare il mal di schiena spesso gli antidolorifici non servono. Le cause di questo disturbo possono essere molteplici ma spesso la fisioterapia può aiutare. Ecco un video dimostrativo con alcuni consigli utili a prevenire il mal di schiena.

 


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La scoliosi, cos’è e come si cura

La scoliosi è una deformità della colonna vertebrale caratterizzata da una torsione della colonna nei tre piani dello spazio. In altre parole la colonna si avvolge su se stessa come una spirale (deformazione elicoidale).

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Quanti tipi di scoliosi esistono?

Nel 95% dei casi la scoliosi è primaria ossia di natura idiopatica, in altre parole non se ne conosce la causa, il restante 5% rientra in quelle che vengono definite scoliosi secondarie e quindi conseguente ad altre patologie che possono essere genetiche, neurologiche, ecc.

La scoliosi primaria può essere classificata in vari modi:

  • in rapporto alla gravità;
  • in rapporto all’età di comparsa;
  • in rapporto alle forme anatomo-patologiche.

La classificazione in rapporto alla gravità (secondo A.Gruca), evidenzia quattro gradi di curva.

  • Primo grado, scoliosi inferiori a 30° con debole torsione vertebrale e curve di compenso mobili.
  • Secondo grado, scoliosi da 30° a 60° con torsione da 10° a 20° e curve di compenso mobili.
  • Terzo grado, scoliosi da 60° a 90° con torsione da 20° a 30° e curve di compenso discretamente mobili.
  • Quarto grado, scoliosi oltre i 90° con torsione superiore a 30° e curve di compenso parzialmente mobili.

La classificazione secondo l’età di comparsa fa riferimento all’inquadramento codificato da Stagnara e Cotrel e si suddividono in 5 categorie:

  • scoliosi del lattante che si sviluppano nei primi mesi di vita;
  • scoliosi infantili che si sviluppano nei primi tre anni di vita;
  • scoliosi giovanili a loro volta suddivise in giovanili uno (3-4 anni/7 anni), giovanili due (7/11 anni), giovanili tre (11anni fino alla pubertà);
  • scoliosi dell’adolescenza (dopo la pubertà);
  • scoliosi dell’adulto.

La classificazione anatomo-patologica fa riferimento alla tipologia delle curve e alla topografia della figura umana .La Scoliosis Research Society denomina la scoliosi come una curva maggiore di 10° Cobb sul piano frontale.

Inquadramento

Constatata l’enorme quantità di fattori eziologici della scoliosi, risulta difficile poter fare una valutazione se non riferendosi al periodo d’insorgenza, alla tipologia della curva e ai dati meccanici, ai rilevamenti radiologici e morfologici che si possono osservare quali:

  • il valore della curva;
  • il valore del gibbo;
  • il valore della rotazione e la conseguente torsione;
  • il bending test;
  • le asimmetrie varie;
  • altri rilevamenti.

Per procedere ad un inquadramento diagnostico del fanciullo affetto da scoliosi, (idiopatica e non idiopatica) sarebbero indispensabili almeno 5 passaggi quali:

  • lo screening;
  • l’accertamento della presenza patologica;
  • individuazione del processo patogenetico;
  • la caratterizzazione della curva;
  • la localizzazione topografica della curva.

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Come viene “trattata” la scoliosi?

La diagnosi precoce è molto importante poiché l’evoluzione della scoliosi non si può prevedere in quanto soprattutto in età puberale la crescita repentina ossea può portare ad un veloce peggioramento della patologia. I primi a dover tenere d’occhio i bambini devono essere i genitori e nel caso in cui hanno qualche dubbio devono subito rivolgersi al pediatra o al medico di base che li indirizzerà dallo specialista per ulteriori esami diagnostici e per la “cura”.

Sinteticamente il trattamento della scoliosi può essere impostato attraverso la ginnastica specifica ossia una rieducazione posturale (nelle pseudo-scoliosi); applicando l’uso di corsetti (e ginnastica); utilizzando un trattamento ortopedico mediante ingessature correttive; infine, se la scoliosi si aggrava, ricorrendo all’intervento chirurgico. Comunque una impostazione terapeutica seria non può che essere inequivocabilmente legata alle conoscenze scientifiche sulla patologia. Ciò si basa su alcuni punti essenziali che vengono adottati da ciascuno in rapporto alla propria sensibilità e competenza che sono:

  • efficacia: ciò che è stato dimostrato di essere utile attraverso studi scientifici e rigorosi;
  • efficienza: ciò che impegna meno le risorse economiche;
  • accettabilità: ciò che è più accettabile per il paziente.

 


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Biomeccanica normale e patologica nel complesso della spalla

In una spalla normale si evidenzia come l’attività del sovraspinoso possa essere analizzata con la scomposizione vettoriale della forza muscolare: la forza E di trazione dei muscoli si divide in una componente di rotazione Er e in una longitudinale Et; mentre la componente Er è una forza di abduzione, quella Et stabilizza la testa omerale nella cavità glenoidea, abbassandola. Il suo valore è determinato dall’angolo alfa (α); Et aumenta con α e diventa massimo se α uguale a 90°, valore che si raggiunge fra i 60° e i 90° di abduzione del braccio.

L’attività del deltoide può essere analizzata se si scompone la forza vettoriale del deltoide in una componente rotatoria Dr e in una componente longitudinale Dt.

La forza Dt si scompone ulteriormente a livello del centro di rotazione della testa omerale , in una forza Ri decentrante, che aumenta progressivamente dopo i 90° di abduzione. Tale forza Ri è necessaria per l’elevazione dei muscoli della cuffia, i cui risultati sono le forze di abbassamento. Senza la forza Ri del deltoide, i muscoli della cuffia non avrebbero l’effetto di comprimere la testa nel margine inferiore della glena e pertanto di bloccare il movimento per l’aumento dell’inerzia meccanica del sistema. D’altra parte l’azione abduttoria del deltoide aumenta progressivamente l’angolo α del sovraspinoso e pertanto aumenta anche la forza Ser che abbassa e centra la testa raggiungendo il suo massimo a circa 90° di abduzione omerale.

Per questa ragione il sovraspinoso svolge un’azione fondamentale nel mantenere abbassata e centrata la testa nella glenoide, evitando la sua risalita con relativo conflitto acromiale. L’abduzione si realizza in modo armonico senza contrasti , solo se la coppia deltoide-sovraspinoso agisce consensualmente; il deltoide assicurando la rotazione della testa, mentre il sovraspinoso ne assicura il centramento con abbassamento, per scorrimento della testa nella glena.

La coesistenza di questi due fattori nel movimento di abduzione spiega l’esistenza per la scapolo-omerale di due centri di rotazione calcolati da Fisher; se il sovraspinoso con il deltoide assicura il centraggio della testa nella glenoide su un piano verticale, i muscoli rotatori e in particolare il sottospinoso e il sottoscapolare, assicurano il centraggio della testa in un piano orizzontale. Il sottospinoso realizza una rotazione esterna associata ad una retroposizione della testa.

Questa sua azione è controllata dai rotatori interni in particolare dal grande rotondo , che forma con il sottospinoso una forza retropulsiva. Infatti, mentre la componente intrarotatoria del grande rotondo è controbilanciata da quella extrarotatoria del sottospinoso, la componente retropulsiva dei due mm si somma divenendo un meccanismo di centraggio con retrocessione della testa omerale nei movimenti di abduzione e rotazione esterna. In quest’ultima il sottoscapolare non svolge un’azione specifica: non deve limitare l’azione retropulsiva del sottospinoso e del gran rotondo.

Tuttavia contribuisce alla stabilità articolare, inizialmente lasciandosi man mano che entra in gioco l’azione dei rotatori esterni e in seguito, alla fine del movimento per azione delle fibre in massima distensione.

Questa azione di stabilità anteriore del sottoscapolare è coadiuvata dai legamenti gleno-omerali; queste strutture costituiscono la cintura funzionale anteriore. Nell’intrarotazione la testa omerale sotto l’azione dei muscoli addetti, in particolare il sottoscapolare, avanza spostando il centro di rotazione in avanti. Questo movimento di traslazione è assistito da un progressivo e controllato rilasciamento dei rotatori esterni, che pur consentendo lo spostamento della testa in avanti, impediscono che l’azione dei rotatori interni determini una sublussazione anteriore. I muscoli della cuffia svolgono pertanto un importante ruolo nella controllo della stabilità gleno-omerale:

  1. In un piano trasversale (antero-posteriore) la stabilità è controllata dall’azione coordinata dei mm intra- ed extra- rotatori, che spostano indietro il centro di rotazione quando l’arto è in extrarotazione e in avanzi quando l’arto è in intrarotazione.
  2. In un piano verticale (supero-inferiore) la stabilità è controllata dal sovraspinoso che , con la sua inserzione in vicinanza dell’asse omerale, svolge un’azione di perno, mantenendo centrata la testa e impedendo a questa di entrare in conflitto con l’acromion durante l’elevazione del braccio, realizzata questa dal deltoide.

Il sovraspinoso svolge bene questa sua azione solo se i muscoli intra- ed extra- rotatori mantengono i rapporti testa-glena in una spazio articolare centrale, consentendo alla testa la possibilità di avanzare nell’abduzione con rotazione interna e di retrocedere nell’adduzione con rotazione esterna.

La conservazione di un ampio movimento di rotazione gleno-omerale rappresenta la condizione indispensabile per la corretta meccanica articolare.

Una riduzione delle possibilità articolari, per alterazioni delle componenti scheletriche o per una turba di sinergismo muscolare fra rotatori interni ed esterni, modifica il centraggio ottimale della testa, divenendo la ragione fisiopatologia per l’Impingement.

Una riduzione della capacità dell’omero di extraruotare limita la retrocessione della testa, ma anche la disarmonia dei mm sinergici deltoide-sovraspinoso limita l’abbassamento della testa; ciò determina uno spostamento del centro di rotazione in alto e in avanti nell’elevazione del braccio, che è causa di contrasto del trachite con la volta acromio-coracoidea, in particolare con il legamento acromio-coracoideo e con la parte più anteriore dell’acromion. Ci si meraviglia spesso che una spalla con rottura massiva del sovraspinoso abbia un R.O.M. normale; Bunkhart però ha dimostrato come ciò possa avvenire, basandosi sulla cosiddetta “teoria del ponte”, nella quale evidenzia la zona posta in alto all’inserzione dei tendini dei mm rotatori come una struttura anatomica tipo “cavo” paragonabile ad un ponte di sospensione che assorbe gli stress.

Dal suo studio effettuato su spalle congelate di cadaveri , emerge che i pazienti con un intatto sistema cavo ed un’ampia forza della coppia sul piano frontale e trasversale, possono mantenere una spalla biomeccanicamente intatta ma anatomicamente lesionata massivamente a livello della cuffia. Questo concetto convalida il fatto che si rivela importante più che lo spessore della lesione, la localizzazione di questa sulla funzione della spalla, quindi rotture che comprendono il cavo, sono più significative di quelle al contrario localizzate a livello della zona “crescente”.

Sino a che le strutture anteriori e posteriori riescono a comprimere la testa omerale contro la glenoide, durante il movimento di elevazione, il deltoide è in grado di agire secondo uno schema cinematica normalizzato, anche se non normale.

Ps. Questo articolo è tratto dalla mia tesi di laurea “ Lesioni tendinee del sopraspinoso:

efficacia del metodo Grimaldi rispetto alle metodiche tradizionali”.


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